Tornare a casa

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Il fatto è che da quando vago per il mondo senza un punto fermo mi gusto la libertà, ma sono senza radici. Non ho un posto a cui tornare, vorrei che questo posto fossi tu.

So che questo posto sei tu.

Vorrei che tu ti trasformassi in una piazza, una piazza che pure sotto il sole di mezzogiorno mi dia l’ombra di alberi in fiore sotto cui nascondermi dall’afa. Con una fontana a cui abbeverarmi, sotto cui mettere i polsi per sopravvivere a questo caldo infernale.

Un posto per l’anima ci vuole, un posto a cui ritornare come si torna a casa stanchi dopo una giornata di lavoro.

Questo mio posto sei tu.

Non serrare le imposte,

arriverò ad aprire le porte

e mi siederò al centro della tua anima.

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Il segreto

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Tornare in ospedale non è stato facile. Durante questi giorni ho usato la solita tecnica che da qualche tempo mi permette di sopravvivere: la rimozione. Quando alla mente, di colpo e in svariati momenti, si è ripresentata l’idea che l’inconscio cercava di scacciare ho fatto cose che non dovevo fare e detto cose che non dovevo dire. Mi sono ritornati nel cuore bisogni verso i quali pensavo di essere ormai vaccinato definitivamente e bisogni nuovi che pensavo di non poter più avere.

In quegli istanti mi sono ritrovato fuori dalla corazza che indosso ogni giorno da due anni a questa parte. E mi sono sentito vulnerabile. E mi sono sentito vivo.

Ma mi sono sentito pure un gran coglione.

A mezzogiorno, appena finito di lavorare, sono tornato a casa per preparare la borsa. Ci ho messo dentro l’impossibile: libri, computer, console portatile, cambi per giorni. Tutto il necessario per sopravvivere in un posto in cui il tempo non passa mai. E preparato ad ogni evenienza.

Durante il viaggio, in assenza di stereo, ho dovuto, per forza di cose, pensare di più, guardare di più il paesaggio. All’uscita di Portici un tuffo al cuore. Il ricordo di una trasferta della Frattese con mio padre. Io in pullman con il resto dei tifosi. Babbo con la sua auto dietro con i bambini di origini marocchine, amici di mio cugino piccolo, che altrimenti non sarebbero potuti venire perché minorenni.

L’uscita di Torre Annunziata, mio padre che mi trovava lavoretti legati al mondo della fotografia, in cui lavorava, perché aveva capito che mi servivano soldi per andare dalla mia ex ragazza, che viveva lontano. Era il suo modo di aiutarmi. Sempre in modo indiretto, sempre facendomi capire che, per avere qualcosa, bisogna dare qualcosa. Sempre trasmettendomi la sua etica del lavoro, del doversi conquistare le cose, di doversi meritare la felicità.

Battipaglia, la litoranea che mi portava a Marina di Camerota nei weekend di inizio giugno. Con tutti gli amici di papà, e lui che è potuto venire solo una volta, perché doveva lavorare. E io che mi sentivo in colpa. Perché quei giorni sereni li avrebbe dovuti vivere lui, non io.

Arrivo finalmente all’ospedale, Vallo della Lucania, dove mi aspetta mio fratello per il cambio. Questa volta ci alterniamo per il nonno.

Arrivo ed ho subito buone nuove. Solo un calcolo.

Entrare nell’ospedale con il cuore leggero è un’esperienza nuova. Nonno sta benissimo, parla da ore. Parla pure mentre scrivo. Fa sempre così quando è contento. La paura è passata. Quasi sicuramente domani ritorniamo a casa.

E io stasera lo lascerò tranquillo, andrò a mangiare una pizza in una pizzeria consigliatami da un’amica del posto, dormirò in un seminario grazie a suor Maria, mi sveglierò presto, farò colazione, salirò dal nonno che starà ancora parlando, ininterrottamente, col compagno di stanza.

E tornando, domani, compreremo la mozzarella, e guarderemo il mare alla nostra sinistra e non avrò modo di ricordare perché nonno parlerà per tutto il tempo.

E forse questo è il segreto.

Trovare qualcuno che ti parli sempre.

E che ti piaccia ascoltare.

Perché il nonno, in verità, solo la nonna riesce a sopportarlo.

E questa cosa inspiegabile, il fatto che esista qualcuno capace di sopportare il chiacchiericcio ininterrotto di mio nonno per quasi sessant’anni e senza stancarsi, è la dimostrazione pratica che l’amore esiste.

“e lì presi coscienza che la forza invincibile che ha spinto il mondo non sono gli amori felici bensì quelli contrastati.”

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Il problema di quando non scrivi da un po’ è che ne senti il bisogno. Un altro problema è che quando cominci a scrivere, spinto da questa voglia irrefrenabile, non sai da dove cazzo partire. E non sai che dire.

Perché sarebbero tante le cose che vorresti mettere nero su bianco, ché se non lo fai ti pare che le cose rimangano in un limbo, a metà tra la realtà e la fantasia. Perché qualsiasi cosa ti accade se non la metti per iscritto non riesci a possederla totalmente.

Ma ormai è tardi. I giorni madrileni sono già un ricordo, la nostalgia di te, amplificata dal viaggio, è ormai tornata nei ranghi, dominata dalla mia parte razionale.

Ormai tutto è tornato alla normalità, è tornato il campionato, domani ricomincia il lavoro e la routine quotidiana farà sì che io dimentichi di nuovo i miei veri bisogni, le mie aspirazioni e la voglia matta che ho di parlare con te.

Ma poi dove non può la scrittura arriva la lettura, e mi capita davanti agli occhi la frase che dà il titolo a questo scritto.

E allora maledico Gabriel García Márquez, perché so che ha ragione e che possiamo costruirci qualsiasi castello nel quale essere sicuri di poterci difendere, ma le sue mura sono destinate a cadere prima o poi.

L’importante, in ogni caso, è essere sinceri, prima di tutto con sé stessi.

E a non nascondersi, anzi a rivelarsi, aiutano i viaggi.

 

 

 

 

Il senso della vita

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“Si… ma il fine qual è? Il senso di tutto questo dov’è?”

“Il senso è illudersi di poter vivere uno scudetto del Napoli. L’illusione finale, il vero oppio dei popoli.”

“Maro, mi basta che battiamo la juve, un paliatone.”

“No quello già l’ho visto, voglio vivere uno scudetto prima di morire.”

“Mo ci sta quel porco che deve venire al s paolo, lo voglio vedere male.Deve venire qua e perdere, sarei felice.”

“Si ma io ti ho aperto gli occhi sul senso della vita e tu li chiudi. Il senso della vita è aspettare uno scudetto del Napoli che forse non arriverà mai.”

“Ok..sarai felice. E poi? Poi la tua felicità morirà con te. Quello che hai provato sarà zero.”

“Non hai il senso della realtà donna, dopo puoi pure morire.”

“Allora nulla ha valore.”

“Che cazzo vuoi vedere più?? Una Champions sarebbe irriverente, nemmeno D10s l’ha vinta.”

“Comunque mi fai un discorso serio e poi viri su altro.”

“Quando parlo del Napoli sono serissimo.”

Segnalibri onirici

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Ormai i miei sogni sono il posto in cui ci incontriamo, in cui ci diamo appuntamento quando nella vita reale comincio a chiedermi se sia una mia colpa, invece che un merito, riuscire a sopravvivere senza di te. 

Sono due notti consecutive che ti presenti a questo appuntamento, e sono due notti che ti vedo un po’ strano, sarà che non ci vedevamo da molto, forse. 

Nel primo sogno io ero in collera con te perché sento che mamma ha bisogno di te, e che tu sei assente. Ma forse non ti sei fatto vedere da me proprio perché dovevi abitare i suoi di sogni. 

Stanotte invece eravamo in un bar/edicola, abbiamo sfogliato le riviste insieme, ma non c’era niente di interessante. Tu hai salutato il proprietario e avete parlato dei tuoi piccoli problemi di salute. Perché da quando sei andato via nei miei sogni sei vivo e il tuo male si è trasformato in piccoli ma costanti acciacchi. Dopo aver sfogliato le riviste mi sono girato verso il bancone del bar, il barista mi guardava e io non sapevo cosa dirgli, mi sentivo a disagio per non aver preso niente dal reparto edicola e quindi ho ordinato due spritz. Un aperitivo con te nella vita reale non l’ho mai fatto. O meglio solo in compagnia, sui matrimoni. Ricordo che dicevi di andarci piano, che stavamo lavorando. Ma puntualmente dopo l’aperitivo ero già brillo. E mi cazziavi. 

Stanotte non ricordo come sia finita, se anche questa volta mi hai fatto la consueta semiseria cazziata. Però ricordo ancora questa sensazione strana che mi ha lasciato il sogno, una leggerissima sensazione di estraneità, di distanza, che nel sogno di ieri era assente. Non è che mi vuoi lasciare e ti stai preparando il terreno? Aitan nun pazzià nemmeno.


Mea culpa

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“Il pianto offusca le proprie colpe e permette di accusare, senz’obbiezioni, il destino”

E io che non piango mai nemmeno questo sollievo posso avere. Sarebbe bello poter accusare il destino, i gatti neri che attraversano la mia strada, le Moire e il loro tessere, qualsiasi dio.

E invece no, non ci riesco a non fare mea culpa, a non pensare che tutto quello che non ho più o che non ho mai avuto è semplicemente dovuto a mie mancanze, alla mia pigrizia, alla mia non sufficiente costanza, a mie azioni sbagliate, per colpa o per dolo.

Ed è questo che mi frega sempre, soprattutto in amore. La colpa di tutto, in definitiva, è sempre mia. Avrei dovuto saperlo, avrei dovuto pensarlo, avrei dovuto intuirlo, avrei dovuto prevederlo, avrei dovuto essere migliore. Avrei dovuto, in definitiva, non amare senza remore, non abbandonarmi completamente, non amare veramente, non essere quello che sono, che non è mai abbastanza. Mai.

Chi ama veramente non può mettersi a calcolare ogni azione, ogni reazione, non può e non deve sentirsi inadeguato, eppure… Eppure è quello che rimugino ogni volta che mi guardo indietro.

Un giorno mi dicesti che il nostro amore non era quello che avevi sempre pensato dovesse essere l’amore, che l’amore vero non avrebbe dovuto far soffrire così tanto. Non ho mai potuto risponderti, perché le mie risposte ti atterriscono e, quindi, non vuoi sentirle. Ma un giorno leggerai questo, ne sono sicuro, e allora ti rispondo qui, a futura memoria: hai ragione, hai sempre avuto ragione, non sono mai stato in grado di darti quello di cui avevi bisogno, non ho mai avuto la maturità necessaria ad un rapporto stabile ed adulto, non sono mai stato pronto a diventare adulto, non sono stato mai all’altezza delle tue aspettative e di quelle di nessun altro, non sono quello che tua madre vorrebbe per te, non sono quello che tuo padre vorrebbe per te, e forse non sono nemmeno quello che desidererei essere per me.

Eppure.

Eppure solo per te, solo a causa tua ho desiderato veramente e profondamente essere migliore.

E non per orgoglio, non per vanità, solo per essere in grado di proteggerti, di renderti felice, di essere la spalla che potesse reggere tutto il peso dei tuoi affanni, delle tue insicurezze, il rifugio in cui annientare le tue paure, le braccia in cui affogare la tua solitudine.

L’ho desiderato, e lo desidero, ma non sono stato in grado di riuscirci. E forse non ci riuscirò mai.

Scusami, se puoi.

Un giorno, forse

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Un giorno le cose andranno meglio, mi sorriderai ancora. Un giorno guarderò il cielo e finalmente non mi sembrerà così pesante tutto questo azzurro sulle spalle.

Un giorno mi sorriderai ancora e io ti guarderò con occhi innamorati, gli occhi di sempre, anche di quando non ci credevi.

Quel giorno non mi guarderò indietro, non vedrò più i miei errori, i tuoi, i nostri, e quelli di chi ci circondava. Quel giorno guarderò avanti e vedrò solo il tuo sorriso in tutto il suo splendore, i tuoi occhi grandi spalancati sul mio viso, così grandi da sembrare due mongolfiere parallele in un cielo senza nuvole, con le tue ciglia a fare da zavorra e i tuoi capelli funi intrecciate che mi legherò alle dita per non cadere dall’altezza in cui mi ritroverò quando mi sarai vicina.

Quel giorno tutto avrà senso, ogni sconfitta, ogni cosa che ho perso, quei granelli di speranza caduti per terra e ammonticchiati sotto il tappeto, ogni addio, tutto l’amore che ho dovuto vomitare, tutta la nostalgia, tutta la mancanza, tutto il vuoto che mi sento sotto i piedi e dentro l’anima.

Quel giorno ci ritroveremo ancora a guardarci come si guarda al posto in cui torneremo sempre, come si guarda la casa a cui si torna sempre, come si guarda la casa del padre.

Quel giorno ci annuseremo a vicenda, come animali selvatici, come reduci da un campo di concentramento, come due esuli, e ritroveremo l’odore della madre.