“e lì presi coscienza che la forza invincibile che ha spinto il mondo non sono gli amori felici bensì quelli contrastati.”

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Il problema di quando non scrivi da un po’ è che ne senti il bisogno. Un altro problema è che quando cominci a scrivere, spinto da questa voglia irrefrenabile, non sai da dove cazzo partire. E non sai che dire.

Perché sarebbero tante le cose che vorresti mettere nero su bianco, ché se non lo fai ti pare che le cose rimangano in un limbo, a metà tra la realtà e la fantasia. Perché qualsiasi cosa ti accade se non la metti per iscritto non riesci a possederla totalmente.

Ma ormai è tardi. I giorni madrileni sono già un ricordo, la nostalgia di te, amplificata dal viaggio, è ormai tornata nei ranghi, dominata dalla mia parte razionale.

Ormai tutto è tornato alla normalità, è tornato il campionato, domani ricomincia il lavoro e la routine quotidiana farà sì che io dimentichi di nuovo i miei veri bisogni, le mie aspirazioni e la voglia matta che ho di parlare con te.

Ma poi dove non può la scrittura arriva la lettura, e mi capita davanti agli occhi la frase che dà il titolo a questo scritto.

E allora maledico Gabriel García Márquez, perché so che ha ragione e che possiamo costruirci qualsiasi castello nel quale essere sicuri di poterci difendere, ma le sue mura sono destinate a cadere prima o poi.

L’importante, in ogni caso, è essere sinceri, prima di tutto con sé stessi.

E a non nascondersi, anzi a rivelarsi, aiutano i viaggi.

 

 

 

 

Il senso della vita

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“Si… ma il fine qual è? Il senso di tutto questo dov’è?”

“Il senso è illudersi di poter vivere uno scudetto del Napoli. L’illusione finale, il vero oppio dei popoli.”

“Maro, mi basta che battiamo la juve, un paliatone.”

“No quello già l’ho visto, voglio vivere uno scudetto prima di morire.”

“Mo ci sta quel porco che deve venire al s paolo, lo voglio vedere male.Deve venire qua e perdere, sarei felice.”

“Si ma io ti ho aperto gli occhi sul senso della vita e tu li chiudi. Il senso della vita è aspettare uno scudetto del Napoli che forse non arriverà mai.”

“Ok..sarai felice. E poi? Poi la tua felicità morirà con te. Quello che hai provato sarà zero.”

“Non hai il senso della realtà donna, dopo puoi pure morire.”

“Allora nulla ha valore.”

“Che cazzo vuoi vedere più?? Una Champions sarebbe irriverente, nemmeno D10s l’ha vinta.”

“Comunque mi fai un discorso serio e poi viri su altro.”

“Quando parlo del Napoli sono serissimo.”

Segnalibri onirici

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Ormai i miei sogni sono il posto in cui ci incontriamo, in cui ci diamo appuntamento quando nella vita reale comincio a chiedermi se sia una mia colpa, invece che un merito, riuscire a sopravvivere senza di te. 

Sono due notti consecutive che ti presenti a questo appuntamento, e sono due notti che ti vedo un po’ strano, sarà che non ci vedevamo da molto, forse. 

Nel primo sogno io ero in collera con te perché sento che mamma ha bisogno di te, e che tu sei assente. Ma forse non ti sei fatto vedere da me proprio perché dovevi abitare i suoi di sogni. 

Stanotte invece eravamo in un bar/edicola, abbiamo sfogliato le riviste insieme, ma non c’era niente di interessante. Tu hai salutato il proprietario e avete parlato dei tuoi piccoli problemi di salute. Perché da quando sei andato via nei miei sogni sei vivo e il tuo male si è trasformato in piccoli ma costanti acciacchi. Dopo aver sfogliato le riviste mi sono girato verso il bancone del bar, il barista mi guardava e io non sapevo cosa dirgli, mi sentivo a disagio per non aver preso niente dal reparto edicola e quindi ho ordinato due spritz. Un aperitivo con te nella vita reale non l’ho mai fatto. O meglio solo in compagnia, sui matrimoni. Ricordo che dicevi di andarci piano, che stavamo lavorando. Ma puntualmente dopo l’aperitivo ero già brillo. E mi cazziavi. 

Stanotte non ricordo come sia finita, se anche questa volta mi hai fatto la consueta semiseria cazziata. Però ricordo ancora questa sensazione strana che mi ha lasciato il sogno, una leggerissima sensazione di estraneità, di distanza, che nel sogno di ieri era assente. Non è che mi vuoi lasciare e ti stai preparando il terreno? Aitan nun pazzià nemmeno.


Mea culpa

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“Il pianto offusca le proprie colpe e permette di accusare, senz’obbiezioni, il destino”

E io che non piango mai nemmeno questo sollievo posso avere. Sarebbe bello poter accusare il destino, i gatti neri che attraversano la mia strada, le Moire e il loro tessere, qualsiasi dio.

E invece no, non ci riesco a non fare mea culpa, a non pensare che tutto quello che non ho più o che non ho mai avuto è semplicemente dovuto a mie mancanze, alla mia pigrizia, alla mia non sufficiente costanza, a mie azioni sbagliate, per colpa o per dolo.

Ed è questo che mi frega sempre, soprattutto in amore. La colpa di tutto, in definitiva, è sempre mia. Avrei dovuto saperlo, avrei dovuto pensarlo, avrei dovuto intuirlo, avrei dovuto prevederlo, avrei dovuto essere migliore. Avrei dovuto, in definitiva, non amare senza remore, non abbandonarmi completamente, non amare veramente, non essere quello che sono, che non è mai abbastanza. Mai.

Chi ama veramente non può mettersi a calcolare ogni azione, ogni reazione, non può e non deve sentirsi inadeguato, eppure… Eppure è quello che rimugino ogni volta che mi guardo indietro.

Un giorno mi dicesti che il nostro amore non era quello che avevi sempre pensato dovesse essere l’amore, che l’amore vero non avrebbe dovuto far soffrire così tanto. Non ho mai potuto risponderti, perché le mie risposte ti atterriscono e, quindi, non vuoi sentirle. Ma un giorno leggerai questo, ne sono sicuro, e allora ti rispondo qui, a futura memoria: hai ragione, hai sempre avuto ragione, non sono mai stato in grado di darti quello di cui avevi bisogno, non ho mai avuto la maturità necessaria ad un rapporto stabile ed adulto, non sono mai stato pronto a diventare adulto, non sono stato mai all’altezza delle tue aspettative e di quelle di nessun altro, non sono quello che tua madre vorrebbe per te, non sono quello che tuo padre vorrebbe per te, e forse non sono nemmeno quello che desidererei essere per me.

Eppure.

Eppure solo per te, solo a causa tua ho desiderato veramente e profondamente essere migliore.

E non per orgoglio, non per vanità, solo per essere in grado di proteggerti, di renderti felice, di essere la spalla che potesse reggere tutto il peso dei tuoi affanni, delle tue insicurezze, il rifugio in cui annientare le tue paure, le braccia in cui affogare la tua solitudine.

L’ho desiderato, e lo desidero, ma non sono stato in grado di riuscirci. E forse non ci riuscirò mai.

Scusami, se puoi.

Un giorno, forse

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Un giorno le cose andranno meglio, mi sorriderai ancora. Un giorno guarderò il cielo e finalmente non mi sembrerà così pesante tutto questo azzurro sulle spalle.

Un giorno mi sorriderai ancora e io ti guarderò con occhi innamorati, gli occhi di sempre, anche di quando non ci credevi.

Quel giorno non mi guarderò indietro, non vedrò più i miei errori, i tuoi, i nostri, e quelli di chi ci circondava. Quel giorno guarderò avanti e vedrò solo il tuo sorriso in tutto il suo splendore, i tuoi occhi grandi spalancati sul mio viso, così grandi da sembrare due mongolfiere parallele in un cielo senza nuvole, con le tue ciglia a fare da zavorra e i tuoi capelli funi intrecciate che mi legherò alle dita per non cadere dall’altezza in cui mi ritroverò quando mi sarai vicina.

Quel giorno tutto avrà senso, ogni sconfitta, ogni cosa che ho perso, quei granelli di speranza caduti per terra e ammonticchiati sotto il tappeto, ogni addio, tutto l’amore che ho dovuto vomitare, tutta la nostalgia, tutta la mancanza, tutto il vuoto che mi sento sotto i piedi e dentro l’anima.

Quel giorno ci ritroveremo ancora a guardarci come si guarda al posto in cui torneremo sempre, come si guarda la casa a cui si torna sempre, come si guarda la casa del padre.

Quel giorno ci annuseremo a vicenda, come animali selvatici, come reduci da un campo di concentramento, come due esuli, e ritroveremo l’odore della madre.

Ritrovati, ritrovami.

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​Ovunque sei, qualunque cosa tu stia facendo, ricordati di me. Ora. Come per magia. 

Un voodoo d’amore. Se solo avessi conservato tutti quei capelli che lasciavi sempre sul mio divano…

Ricordati di me e di quanto mi hai amato, di quanto mi hai sognato e di quanto mi hai dimenticato.

E vergognatene, sentiti colpevole per aver permesso che sia accaduto. 

Vatti a guardare allo specchio e, vedrai, dopo questa epifania faticherai a riconoscerti.

L’amore non passa, l’amore vero non scade, non è una bottiglia di latte fresco e nemmeno una busta in tetrapak  a lunga conservazione. 

Il vero amore è eterno, e tu l’hai provato, io lo so, tu lo provavi davvero. Tu mi hai amato, tu mi ami.

Guardati negli occhi, quegli occhi enormi in cui mi perdevo per poi morire definitivamente sulle tue labbra, guardati dentro e ritrovami ancora. Ritrovami. Io sono dentro di te, da qualche parte, nascosto come nel “sottosopra” di Stranger Things. 

Dai, lo so che l’hai vista. Ormai sei schiava anche tu delle serie tv. Ci ho messo anni a convincerti a vederle.

Come ci ho messo tempo a conquistarti. Ricordi? Quanto mi hai fatto penare per il primo bacio? 

Se chiudo gli occhi lo rivivo ancora. 

Come il primo dopo tre anni. Non si può descrivere. Lo sai tu e lo so io cosa è stato quel bacio. Un nuovo inizio, più bello del primo.

Credo che sia questo il mio problema principale nello scrivere ancora di noi: non riesco a descrivere i momenti meravigliosi passati insieme. E penso che sia anche il tuo problema principale. Riusciamo a ricostruirci nella mente le cose non andate nel verso giusto, il dolore, i fraintendimenti, i litigi, il dolore.

Ma le cose belle? Erano così belle che non possono essere riportate, non possono essere catalogate, non possono essere descritte pienamente. Come lo descrivi, come rimugini, come discuti di ore passate a baciarsi in auto come due teenager alla prima cotta? 

È una cosa così forte, così spiazzante che l’inconscio cerca addirittura di rimuoverlo. Perché l’amore vero ti instupidisce, ti rende debole, ti rende dipendente. 

E l’importante, in questo mondo di merda, è essere forti e indipendenti. No? Arrivare. Conquistare. Vincere. Affermarsi. Il lavoro. La professione. Il futuro. I soldi. I contribuiti. Le ferie pagate. L’auto nuova. Il mutuo. La casa. E poi un marito con un buon stipendio e i figli. E la pensione.

E poi? Cosa sono tutte queste cose senza l’amore? Vale la pena sacrificarlo sull’altare della realizzazione personale? Vale la pena vivere così?

No che non ne vale la pena. No. 

Ricordati di me. Ora. Guardati allo specchio e ritrovami.

Ritrovati.

E quello per questo è un sogno

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Stanotte ti ho sognata. Il mio cuore batteva così forte che sembrava letteralmente uscirmi dal petto. Batteva così forte che ho avuto paura. Sembrava vero. E forse lo era. All’improvviso ti ho vista. Ed ero così contento, così felice, così emozionato che il cuore sembrava una locomotiva. Una di quelle che in certi film sono lanciate a folle velocità verso un burrone. Una parte di me voleva svegliarsi, allarmata da questo fenomeno stranissimo. Un’altra, che ha avuto il sopravvento, voleva assolutamente che quella visione continuasse. La visione di te. L’emozione che il tuo viso mi provocava. Quel battito accelerato,così forte da far paura, così forte da farmi sentire vivo finalmente. E ho continuato a sognare, ormai stravolto da quella sensazione così realistica, così potente. Ma il tuo viso è scomparso. All’improvviso mi ritrovo a guardare da dentro un corpo che riconosco non essere mio, e che mi cerca. Vedo facce amiche che guardano sgomente questo essere che chiede di Mimmo, e non sanno cosa rispondere. Continuo a guardare da questi occhi non miei quello che accade. E capisco che sei tu. Sono dentro la tua testa, vedo quello che vedi tu. Mi cerchi ancora in giro e chiedi ancora di me, e tutte le persone che incontri restano interdette, abbozzano risposte monche e approssimative, non sanno cosa dirti. All’improvviso ti giri, io continuo a seguire quello che vedi dai tuoi occhi.
Uno specchio.
Ti guardi ed hai il mio viso.
Tu sei me.
Io guardo da dentro di te.
E tu hai il mio viso.
E mi cerchi inconsapevole di portarmi dentro.
E mi cerchi inconsapevole di essere me.
E guardandoti in quello specchio ti riconosci.
E mi riconosci
E mi sveglio
Perché era solo un sogno.
Perché sono io che ti cerco.
Ogni volta che mi guardo allo specchio.